C’era una volta il calcio giocato. Il tempo, inesorabile, scandiva i battiti e, con esso, le nostre ambizioni di giovani calciatori in erba. Il sogno di calcare palcoscenici prestigiosi di fronte ad una folla urlante veniva meno, la circonferenza addominale cresceva a vista d’occhio, esponenzialmente alla nostra sfrenata passione.
Quando tutto sembrava ormai perso, il destino beffardo ci fece visita, una sera d’estate, dopo l’ennesima partitella di calcetto, in un campaccio nella zona di San Lazzaro, tra un powerade e un gatorade l’occhio si posa sul fatidico volantino. “Campionato di calcio a 11 UISP con finale allo stadio Dall’ara”. L’iride illuminava la via, scappammo a casa per studiare il da farsi.
Carta e penna, modulo, giocatori, maglie, colori sociali, struttura societaria. Fino alle 3 di notte a fantasticare. Eravamo 3 stronzi, ne occorrevano almeno 20(stando bassi).
Il giocattolo era stato brevettato. Tornai a casa e presi sonno l’indomani.
Eccitato come un bambino mi catapultai a casa di quello che era stato eletto dalla maggioranza dei soci(!!) a “presidente”, Biazzi.
I primi scogli da arginare erano ovviamente quelli economci. Servivano almeno 3mila euro. Allargammo la rosa a più persone possibili. Ma ovviamente non bastavano mai. Ma la parte che più interessava era quella prettamente ludica. Ossia scegliere il nome della squadra, i colori, andare a comprare i palloni, la borsa medica(e riempirla più che altro), il thermos.
Per ovviare a tutto ciò ci recammo in un negozietto che prima d’allora non aveva visto un cliente.
“Calciomania” fallito pochi giorni dopo, giusto il tempo di spennarci. È il classico negozio dove trovi tutto quello che troveresti in un comunissimo ingrosso a prezzi da gioielleria. Non fa niente. Era il momento più divertente, i bimboni erano partiti, 60anni in due, sorridenti come pargoli con il cono gelato da 3500 lire in mano. Il commesso-proprietario “nasa” subito l’imbecillità degli avventori, e capisce che presi per il verso giusto, i polli, sarebbero stati spennati per benino. Toccate le corde giuste cominciò a proporci una serie di divise pazzesche, partendo in maniera graduale da quelle con i colori predefiniti spaziando fino alla tipologia “te le fai come cazzo ti pare, ci vuoi la foto personalizzata sul petto, ti ci metto pure quella”. Evitavamo le pozze di “bava” formatesi ai nostri piedi, e con fare professionale scegliemmo ovviamente le divise che costavano di più, 3 colori, fantasia a scelta, con “coda di topo” ricamata, nome della squadra e logo sul petto, numero stile “Real Madrid” davanti deitro e sui pantaloncini, calzettoni in tinta della maglia, colore dominante l’arancio, sponsor tecnico, una nota(in realtà sconosciuta) azienda italiana che a detta del commesso-padrone “fa delle maglie straordinarie, ti durano una vita, e son belle di brutto” mostrandoci fiero il campione a disposizione.
Noi ci limitavamo solo a dire di si.
Si passa al capitolo palloni. 10 palloni di cuoio “Official” con pentagoni bianco-azzurri. “poi se ne prendete almeno 10 uno ve lo regalo, se ne prendete 20 ve ne regalo 2 più uno per le partite”- in coro”20!!!”. Per quanto riguarda la fase thermos è stato piuttosto semplice convincerci(più che altro il presidente) “abbiamo questi qui ma non sono un granchè, questo invece è quello ufficiale del Bologna F.C.
Naturalmente prendemmo quello ufficiale simpaticamente ribattezzato “astronave”. Infine riempimmo con tutti i gadget possibili la fatidica borsa medica, comprensiva di un dottore peruviano in scala 1:100.
Ripuliti per benino, Biazzi dovette impegnarsi la casa e la macchina, quindi risparmiammo sulle seconde divise, totalmente blu, con numero arancione, alla modica cifra di 15 euro a muta, bazzecole al confronto della prima che veniva sui 50 euro a pezzo.
Tutto era fatto, ma in realtà non era fatto niente, visto che la squadra contava su 5 elementi.
Le pratiche burocratiche da sbrigare e i tuor de force nei vari sportelli comunali fecero il resto, marche da bollo, fascicoli, triplici copie fino all’incontro con la Sig. Dalla. Il nostro incubo peggiore, colei che se la Uisp già era poco chiara, lei finiva per confonderci del tutto. Permessi scazzati e richieste di affiliazione sbagliate regnavano sovrane nel suo studio. I chilometri percorsi sotto il sole di fine luglio all’ombra delle torri fu uno dei molteplici ostacoli che incontrammo lungo il nostro percorso. Oramai eravamo in ballo. Armati di fogli di carta con codici improponibili, andammo in Uisp per iscrivere la squadra. Il nome?? Boh. “Facciamo atletico tortellino?-nooo- mmmm-come la chiamiamo sta cazzo di squadra??- Lasagne-mmmm-si ci sta!- lasagne F.c dove F.c. sta per Fatte in casa.-ottimoooo, andiamo.”
Eravamo arrivati, la squadra creata e registrata, con l’estate di mezzo la campagna acquisti sarebbe stata stellare. Cosi non fu. Tornammo dalle agognate vacanze che eravamo rimasti i 5 di prima.
Nel tempo record di 3 giorni allestimmo una squadra che alla peggio avrebbe concluso il suo primo campionato in ultima posizione con pochi punti all’attivo.
Fortunatamente e sorprendentemente non fu cosi. Vincevamo anche delle partite, partendo con un pareggio ed inanellando una striscia di successi, che si interruppe presto, poi la prima cena sociale, il vero motivo per cui si era formata la squadra. A Zocca, più di un ora di macchina, con la nebbia, il gruppo consolidò la propria forza, lo spogliatoio si unì alla perfezione, il vino rosso dava una mano, una mandria di sconosciuti unsero il loro sodalizio cosi, sodalizio che dura oramai da 3 anni, con una promozione alle spalle e la possibilità svanita per un solo misero punto di andare a giocare al tanto agognato Dall’ara, che non sarà il Maracanà, ma almeno un certo Roberto Baggio li sopra impartiva lezione di calcio alla platea in estasi.
Le cene si riproposero con scadenze fisse, baccanali pantagruelici, dove il vero spirito di squadra usciva fuori, premiazione con coppe e magliette da cornice, tour nei peggio locali felsinei erano d’obbligo, mai scontati, mai banali, irripetibili seppur simili. Il ruolo di direttore di questa “orchestraccia” lo adoro, mi cade a pennello, cosi come calza quello di impresario a Biazzi.
l’orchestra è in scena, silenzio, si comincia per mai più finire.