mercoledì, 28 febbraio 2007

Giorgio Tosatti (Genova 1937) ha iniziato la sua carriera giornalistica a “Tuttosport”, a Torino.

È poi diventato caporedattore del “Corriere dello Sport” che in seguito ha diretto per oltre 10 anni fondendovi anche il quotidiano “Stadio”. Il 12 luglio ha stabilito il record italiano per la maggior vendita di copie in un giorno: 1.695.966. a partire dal 1987 ha scritto per “il Giornale2 ed ha fatto coppia con Raimondo Vinello nella conduzione di Pressing. È stato editorialista del “Corriere della sera” dal 1993,  per nove edizioni ha partecipato come opinionista alla “Domenica Sportiva” e come conduttore di “90° minuto”, affiancato da Isabella Ferrari. Unico giornalista sportivo nominato Direttore tecnico Ad Honorem dal centro tecnico di Coverciano e dall’associazione allenatori.

 

 

«[…] un vecchio stadio, da tentamila posti,  gradinate e tribune a un metro dal terreno. Quando i granata battevano la fiacca, succedeva anche a loro, c’era un trombettiere che suonava la carica e capitan Valentino si rimboccava le maniche. Allora il Toro si scatenava, sembrava ci fosse un’ invasione di maglie granata ed i goal fioccavano. Quel quarto d’ora era come la romanza in un’opera, l’assolo del tenore e la gente andava lì per vedere se il miracolo poteva ripetersi, e si ripeteva sempre. Del Torino, della sua tragedia, non ho mai voluto scrivere per un atto di pudore. Ma sono lieto che, dopo tanti anni, il suo fascino non sia andato perduto.»

 

«[…] Facchetti suggerisce immagini riposanti e gentili. Ha la maestosa eleganza delle betulle: quegli alberi nordici, alti, dritti, chiari, cosi forti da resistere agli impetuosi venti atlantici.[…] Ricorda per molti aspetti John Charles, altro gigante, cosi onesto e dotato di fair-play in campo e fuori, da passare per sempliciotto. Giudizio logico in un paese come il nostro dove la furbizia viene scambiata per intelligenza e il senso civico, il mutuo rispetto, sono ancora parole vaghe.»

 

«[…] alza quella coppa Dino, alzala perché il mondo la veda. Senti il ruggito dei trentamila venuti in pellegrinaggio d’amore a Madrid per ritrovare un orgoglio perduto: quello d’essere italiani. Hanno gli occhi lucidi tutti: da Pertini, complimentato dal Re spagnolo e dal cancelliere tedesco, ai ragazzi che hanno dormito notti e notti nei prati; da Agnelli all’operaio che ha bruciato in due giorni i soldi delle ferie. Stasera è bello essere italiani. Alza quella coppa Dino, alzala perché il mondo la veda. Milioni di nostri emigrati non hanno mai visto nulla di cosi splendido. Ne conserveranno in eterno il ricordo. La loro fatica, da oggi, sarà più leggera. Sventolano tricolori in ogni parte del globo, stasera è bello essere italiani.»

 (Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Uomini e sfide in 40 anni di sport, Giorgio Tosatti, 2005)

 

postato da: montelli alle ore 18:53 | Permalink | commenti (9)
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lunedì, 26 febbraio 2007
Il campionato  sta diventanto sempre più noioso,
 l'Inter vince in maniera monotona, la Roma cerca di tenere il passo.
 L'attenzione allora va alla Champions dove il rullo compressore neroazzurrro ha steccato  la prima.
Milanisti e juventini sperano nell'uscita prematura della squadra neroazzurra per tornare finalmente a parlare dopo mesi di silenzio costretto, attendiamo con ansia il 6 Marzo.
intanto da Sansiro emergono atroci dubbi....Ronaldo è quello di Siena che si beffa di Gastaldello, oppure quello che impatta contro Falcone??
Ai posteri l'ardua sentenza.



paura eh!??!?!
postato da: montelli alle ore 10:02 | Permalink | commenti (13)
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venerdì, 23 febbraio 2007

Capello:”la squadra è con me!

Sembra la frase che prelude l'uscita di Marco Balestri da dietro una colonna con ben in mostra il cartello "Scherzi a parte" , e, con lui, lo staff ad applaudire.

purtroppo così non è.

La verità è un’altra. Mai come questa volta Don Fabio sta affondando con la sua nave, l’anarchia regna sovrana in uno spogliatoio sovraffollato di prime donne.

La cosa che mi lascia sbalordito è come sia possibile continuare a negare anche l’evidenza.

 I problemi sono lì, davanti agli occhi di tutti, non passa giorno che Capello non venga in qualche modo messo alla berlina da comportamenti e atteggiamenti dei suoi calciatori.

Ci pensa per primo Cassano con le sue imitazioni, e gli screzi nel tunnel del Bernabeu, poi Beckham, messo fuori rosa, da bravo professionista, non manca ad una partita del Real, dalla tribuna come osservatore è sempre presente, poi Diarra, considerato un matto totale, i depennati Cannavaro, in preda ad un’amnesia totale sul ruolo del difensore e le sue funzioni, il fido Emerson, quello che si mise a fare i capricci pur di andarsene da Roma per seguire Don Fabio alla corte della Signora, ultima perla quella di Reyes che ieri a Radio Marca ha parlato del Real come di una squadra disorientata: "Una volta gioco a sinistra, una volta a destra, e non è una situazione che riguarda solo me, ma anche giocatori come Raul, Robinho e Guti. Giochiamo in maniera troppo difensiva, dovremmo avere più libertà di attaccare: siamo il Real Madrid, non dobbiamo mai nasconderci".

E poi?

E poi le dichiarazioni velatamente d’obbligo di Roberto Carlos, il quale quasi piangendo intervistato dopo la partita di Champions League, si soffermava sull’importanza di avere un tecnico come Fabio Capello, augurandosi di poterci lavorare insieme per molto tempo ancora.

Dichiarazione del brasiliano che se avesse fatto ad intervistatori d’eccezzione come quelli del trio medusa delle iene non avrebbero perso occasione per far partire il noto jingle “questa è proprio una...una grande ca.....una grande gigantesca strepitosa cazzata”

Del resto prima o poi tutti i nodi vengono al pettine.

La squadra è con te?? certo, sono tutti con te...

Scusate devo andare ho la bat-mobile parcheggiata in seconda fila.

 

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giovedì, 22 febbraio 2007

C’era una volta il calcio giocato. Il tempo, inesorabile, scandiva i battiti e, con esso, le nostre ambizioni di giovani calciatori in erba. Il sogno di calcare palcoscenici prestigiosi di fronte ad una folla urlante veniva meno, la circonferenza addominale cresceva a vista d’occhio, esponenzialmente  alla nostra sfrenata passione.

Quando tutto sembrava ormai perso, il destino beffardo ci fece visita, una sera d’estate, dopo l’ennesima partitella di calcetto, in un campaccio nella zona di San Lazzaro, tra un powerade e un gatorade l’occhio si posa sul fatidico volantino. “Campionato di calcio a 11 UISP con finale allo stadio Dall’ara”. L’iride illuminava la via, scappammo a casa per studiare il da farsi.

Carta e penna, modulo, giocatori, maglie, colori sociali, struttura societaria. Fino alle 3 di notte a fantasticare. Eravamo 3 stronzi, ne occorrevano almeno 20(stando bassi).

Il giocattolo era stato brevettato. Tornai a casa e presi sonno l’indomani.

Eccitato come un bambino mi catapultai a casa di quello che era stato eletto dalla maggioranza dei soci(!!)  a “presidente”, Biazzi.

I primi scogli da arginare erano ovviamente quelli economci. Servivano almeno 3mila euro. Allargammo la rosa a più persone possibili. Ma ovviamente non bastavano mai. Ma la parte che più interessava era quella prettamente ludica. Ossia scegliere il nome della squadra, i colori, andare a comprare i palloni, la borsa medica(e riempirla più che altro), il thermos.

Per  ovviare a tutto ciò ci recammo in un negozietto che prima d’allora non aveva visto un cliente.

“Calciomania” fallito pochi giorni dopo, giusto il tempo di spennarci. È il classico negozio dove trovi tutto quello che troveresti in un comunissimo ingrosso a prezzi da gioielleria. Non fa niente. Era il momento più divertente, i bimboni erano partiti, 60anni in due, sorridenti come pargoli con il cono gelato da 3500 lire in mano. Il commesso-proprietario “nasa” subito l’imbecillità degli avventori, e capisce che presi per il verso giusto, i polli, sarebbero stati spennati per benino. Toccate le corde giuste cominciò a proporci una serie di divise pazzesche, partendo in maniera graduale da quelle con i colori predefiniti spaziando fino alla tipologia “te le fai come cazzo ti pare, ci vuoi la foto personalizzata sul petto, ti ci metto pure quella”. Evitavamo le pozze di “bava” formatesi ai nostri piedi, e con fare professionale scegliemmo ovviamente le divise che costavano di più, 3 colori, fantasia a scelta, con “coda di topo” ricamata, nome della squadra e logo sul petto, numero stile “Real Madrid” davanti deitro e sui pantaloncini, calzettoni in tinta della maglia, colore dominante l’arancio, sponsor tecnico, una nota(in realtà sconosciuta) azienda italiana che a detta del commesso-padrone “fa delle maglie straordinarie, ti durano una vita, e son belle di brutto” mostrandoci fiero il campione a disposizione.

Noi ci limitavamo solo a dire di si.

Si passa al capitolo palloni. 10 palloni di cuoio “Official” con pentagoni bianco-azzurri. “poi se ne prendete almeno 10 uno ve lo regalo, se ne prendete 20 ve ne regalo 2 più uno per le partite”- in coro”20!!!”. Per quanto riguarda la fase thermos è stato piuttosto semplice convincerci(più che altro il presidente) “abbiamo questi qui ma non sono un granchè, questo invece è quello ufficiale del Bologna F.C.

Naturalmente prendemmo quello ufficiale simpaticamente ribattezzato “astronave”. Infine riempimmo con tutti i gadget possibili la fatidica borsa medica, comprensiva di un dottore peruviano in scala 1:100.

Ripuliti per benino, Biazzi dovette impegnarsi la casa e la macchina, quindi risparmiammo sulle seconde divise, totalmente blu, con numero arancione, alla modica cifra di 15 euro a muta, bazzecole al confronto della prima che veniva sui 50 euro a pezzo.

Tutto era fatto, ma in realtà non era fatto niente, visto che la squadra contava su 5 elementi.

Le pratiche burocratiche da sbrigare e i tuor de force nei vari sportelli comunali fecero il resto, marche da bollo, fascicoli, triplici copie fino all’incontro con la Sig. Dalla. Il nostro incubo peggiore, colei che se la Uisp già era poco chiara, lei finiva per confonderci del tutto. Permessi scazzati e richieste di affiliazione sbagliate regnavano sovrane nel suo studio. I chilometri percorsi sotto il sole di fine luglio all’ombra delle torri fu uno dei molteplici ostacoli che incontrammo lungo il nostro percorso. Oramai eravamo in ballo. Armati di fogli di carta con codici improponibili, andammo in Uisp per iscrivere la squadra. Il nome?? Boh. “Facciamo atletico tortellino?-nooo- mmmm-come la chiamiamo sta cazzo di squadra??- Lasagne-mmmm-si ci sta!- lasagne F.c dove F.c. sta per Fatte in casa.-ottimoooo, andiamo.”

Eravamo arrivati, la squadra creata e registrata, con l’estate di mezzo la campagna acquisti sarebbe stata stellare. Cosi non fu. Tornammo dalle agognate vacanze che eravamo rimasti i 5 di prima.

Nel tempo record di 3 giorni allestimmo una squadra che alla peggio avrebbe concluso il suo primo campionato in ultima posizione con pochi punti all’attivo.

 Fortunatamente e sorprendentemente non fu cosi. Vincevamo anche delle partite, partendo con un pareggio ed inanellando una striscia di successi, che si interruppe presto, poi la prima cena sociale, il vero motivo per cui si era formata la squadra. A Zocca, più di un ora di macchina, con la nebbia, il gruppo consolidò la propria forza, lo spogliatoio si unì alla perfezione, il vino rosso dava una mano, una mandria di sconosciuti unsero il loro sodalizio cosi, sodalizio che dura oramai da 3 anni, con una promozione alle spalle e la possibilità svanita per un solo misero punto di andare a giocare al tanto agognato Dall’ara, che non sarà il Maracanà, ma almeno un certo Roberto Baggio li sopra impartiva lezione di calcio alla platea in estasi.

Le cene si riproposero con scadenze fisse, baccanali pantagruelici, dove il vero spirito di squadra usciva fuori, premiazione con coppe e magliette da cornice, tour nei peggio locali felsinei erano d’obbligo, mai scontati, mai banali, irripetibili seppur simili. Il ruolo di direttore di questa “orchestraccia” lo adoro, mi cade a pennello, cosi come calza quello di impresario a Biazzi.

l’orchestra è in scena, silenzio, si comincia per mai più finire.

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giovedì, 22 febbraio 2007

Quando sono tutti appollaiati come gufi ad aspettare il passo falso è normle, che un pareggio interno contro il Valencia possa dar adito alle firme più importanti( e non) del panorama giornalistico italiano a far scattare fastidiosissimi campanelli d’allarme.

Scrive paolo Ziliani:

Per il secondo anno consecutivo, l’Inter sta andando incontro ad una sconcertante – e addirittura anticipata - eliminazione in Champions League. Un anno fa, dopo un girone preliminare di irrisoria facilità (Artmedia, Porto e Rangers) che l’aveva portata in carrozza a battere negli ottavi i bambini dell’Ajax, l’Inter si fece sbattere fuori – nei quarti – da un avversario di una modestia impressionante, il Villareal, giocando forse la partita più orrida della sua storia europea. Ancora oggi, a distanza di quasi 11 mesi da quel 4 aprile allo stadio Madrigal, nessuno è riuscito a farsi una ragione di quella Waterloo: una squadra di zombi incapace di produrre una sola azione degna di questo nome, un tiro in porta, un guizzo di orgoglio. In una partita che per valori tecnici e ricchezza d’organico era una specie di sfida tra Gulliver (l’Inter) contro i Lillipuziani (il Villareal)”.

 

E aggiunge:

“..Mancini tolse di squadra Toldo dopo la prima partita di Champions, per quel gol da 30 metri di Caneira, a Lisbona, preso un po’ da pollo. Tutto okay, ma che dire allora di Julio Cesar che su punizione prenderebbe gol anche da Cip & Ciop? Quanti gol su punizione ha preso, in due anni, il portiere brasiliano che ha tolto il posto di titolare a Toldo? Provare a contarli non sarebbe male”.

 

Chiudendo:

“Perché la verità è una: di vincere contro Ascoli e Parma sono capaci tutti. E l’Inter ci riuscirebbe anche con Elisabetta Canalis in panchina. Ma se sei un bravo allenatore, e pretendi di essere stimato come tale, allora devi fare qualcosa di più. E darti una mossa. Per esempio, se la Dea bendata ti accoppia al Villareal nei quarti di finale di Champions League, sotterrare di gol il Villareal. E se il sorteggio ti abbina al Valencia negli ottavi, batterlo 2-0 a San Siro e toglierti il pensiero”.

 

Gli fa eco il solito Franco Rossi,

stimato(?) opinionista televisivo, giornalista Freelance, avaro di complimenti per il tecnico jesino, nonché premonitore dell’ADRIANO CALCIATORE FINITO.

 

“Il Milan è l’italiana che esce meglio dall’andata degli ottavi, vuoi per una caratura internazionale collaudata, vuoi per un avversario che più debole non era possibile trovare. L’Inter è quella che ne esce peggio, mentre la Roma, più o meno, ha fatto il suo”.

 

I fatti

Ottavi di finale, partita di andata
Il Milan, ospite del Celtic di Glasgow,
inchioda i temibili scozzesi sul pareggio 0 a 0.
A nulla sono servite le simulazioni di Gilardino, l’attacco non gira senza Ronaldo, capace con la sua semplice presenza in campo di alzare la media goal dei rossoneri in questa stagione.
Il compito più facile spetta proprio ai rossoneri. Gli  scozzesi si sa sono quelli che seppur detengono il record di vittorie consecutive, 25, sono anche quelli che comunque valgono quanto Brocchi come rifinitore. A Sansiro, davanti ai 30mila abbonati rossoneri, il Milan, che può contare su una difesa praticamente invalicabile, potrà fare affidamento sulla ritrovata vena realizzativa di Gilardino e di Oliveira, supportati da Kakà che in Europa fino a questo momento sta dando il meglio di se.
Compitino semplice semplice per la Roma, che a Lione, potrà prendersi tutte le libertà di partire addirittura con un goal di svantaggio, basta un pari per passare, anche a reti bianche, male che và ci saranno i supplementari e  i calci di rigore. In fondo a Lione, sono caduti solamente Real Madrid e Manchester United negli ultimi anni, squadre poco abituate alle pressioni in campo europeo, per la Roma
che calca questi palcoscenici da una vita, cosa vuoi che faccia differenza.

 Rimane, infine, la solita Pazza Inter, un viaggio che potrebbero rispiarmarsi tranquillamente i nerazzurri. Non importa andare a fino a Valencia, tanto si va la per perdere. È tutto già scritto, il Villareal la scorsa stagione , il Valencia questa. Un’uscita di scena inaspettata per la banda Mancini, che ora potrà pensare al meglio al campionato e alla coppa Italia, le tristi consolazioni, anche perché quello che conta è l’europa, il campionato farlocco e la coppa del patriota non hanno valore, mai come questa stagione, manca la Juventus,
il Milan penalizzato, la Fiorentina pure, la Roma sbanda,
insomma, il 2 a 2 in casa proprio non ci voleva, questa grigia nube che avvolge appiano gentile, sintomo che qualcosa sta cambiando, presagio di pessimo auspicio, e tempo di dare un nome al fallimento di questa ennesima annata, dove l’Inter vince qualcosa, come sempre di sbagliato.

Sarò poco sportivo? me ne sbatto.


ps. ricordo ai signori "giornalai" che l'ultima volta che l'inter si è presentata al Mestailla, è tornata a casa con 5 pere all'attivo.

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lunedì, 19 febbraio 2007
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lunedì, 19 febbraio 2007

Neanche il tempo di insultarlo e Ronnie torna a far parlare di se. Doppietta al Siena, temibile formazione che al Franchi dà il meglio di se, assist per Oliveira, non solo lo smarca ma riesce a farlo segnare, compito che in un paese civile assolverebbe ad un anno di servizio militare, serie di tunnel e fallacci subiti in silenzio, piano piano, sottovoce, come Marzullo vuole.

Il goal divorato per eccesso di classe, ora si dice cosi, non fa parlare neanche di se, si riesce a trovare il talento persino in un goal sbagliato a tu per tu con il minaccioso Manninger.

Tutte le prime pagine sono per lui, il Fenomeno dopo essersi preso del grassone e del calciatore finito si gode il suo rientro da Siena, una doppietta che vale punti, conquistata in inferiorità numerica, davanti un pubblico ostile. La zona Champions è ad un passo, ci sono da eliminare le concorrenze di Lazio ed Empoli, ma per Ronnie e compagni non dovrebbe essere un problema. Si viaggia sulle ali dell’entusiasmo a milanello. La grande famiglia rossonera abbraccia e si coccola il suo nuovo fenomeno, tirato a lucido per l’occasione. La movida milanese non ha più effetto sul brasiliano che ora pensa solo ad allenarsi e far bene per i suoi nuovi tifosi. La sua dedica per la doppietta realizzata a Siena è per suo figlio Ronald, festeggia invece con Adriano e gli altri brasiliani sponda neroazzurra, con un cena nella villa della punta interista, quella per inciso dove la scorsa stagione erano state scattate foto “compromettenti” al centravanti. Senza neanche fare tardi(rientrato a milanello all’1 di notte) stamattina mentre il gruppo è partito per Glasgow dove Oliveira si sobbarcherà il peso in attacco da solo, il fenomeno sgambetta per il centro sportivo di milanello, davanti agli occhi del un preparatore atletico e dello staff di milan lab, che colleziona l’ennesimo successo.

 

Dal Corriere dello sport

 

Ronaldo voto 8: ottima prestazione. E se il buongiorno si vede dal mat­tino...su invito delizioso di Pirlo stacca controtempo e di testa indirizza nel sette opposto a Manninger. Nel secondo , tap inn vincente dopo una splendida azione di Kakà.

 

Soncin voto 7( nessun commento)

 

L’attaccante gioca nell’Ascoli, squadra praticamente spacciata, segna due goal (recuperando la situazione dallo 0 a 2 al 2 a 2) a De Sanctis, portiere da un pò di anni nel giro della nazionale, cerca di agganciare i palloni buttati davanti ora da Boundianski, ora da Pesce e quando va bene da Fini. Piove che Dio la manda, spalti deserti.

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sabato, 17 febbraio 2007

Fatto il calciatore, bisognava prendere parte allo spettacolo calcio, quello che appassionava milioni di italiani, e non solo, quello che la domenica dalle 18 alle 19 e dalle 22.30 in poi teneva incollati allo schermo fior di padri con pargoli al seguito.

Bisognava schierarsi, non si poteva rimanere semplici osservatori. Quella passione andava associata ad una squadra, per lei si doveva soffrire la domenica alla radio, gioire o piangere, legarsi a vita a dei colori.

“m’innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con se”.

Era il 1987, mio padre andava allo stadio, lo ricordo perché era una cosa che non capivo bene, lui usciva di casa la domenica alle 14.30 e rientrava intorno alle 17, andava a vedere il Pescara, neo promosso nella massima serie, allenatore Giovanni Galeone. Spesso mio domandava se volevo andare con lui a vedere la partita, ma la mia risposta era negativa, non m’interessava il calcio guardato, preferivo giocarlo sotto casa con gli amici, nell’oratorio(se cosi si può definire) di Sant’Andrea. Il calcio non m’interessava, è vero, ma puntualmente alle 18 rimanevo incollato davanti alla televisione a guardare il compianto 90° minuto. Non patteggiavo ancora per nessuna squadra, ma la Roma ispirava le mie simpatie. La maglia rossa, Pruzzo che segnava come un dannato, Chierico intonato alla casacca, la lupa e la capitale d’Italia, non so, m’ispirava, ma non n’ero sicuro. Mio padre era(ed è) juventino, mia madre neutrale, zii e nonni, neutrali tranne uno che era del Milan.

Cedetti agli inviti di mio padre e finalmente andai allo stadio Adriatico, in programma Pescara-Inter.

Tra le file nerazzurre spiccava un tedesco biondo che tirava delle sassate micidiali, avevo il sole in faccia, bevevo coca cola ghiacciata, costringendo il genitore a braccare il ragazzo dei gelati, insomma della partita non me ne fregava nulla. Per la cronaca, il Pescara perse, il pubblico contestava, ma la sconfitta a quanto pare ci poteva stare.

Tornai a casa, non ero esaltato, lo stadio, l’ambiente intorno non aveva suscitato reazioni in me.

Forse però qualcosa cominciava a muoversi. Gli amichetti avevano praticamente tutti una squadra del cuore, si chiamava cosi, io non ero nulla, ostentavo una simpatia per la Roma, ma di contro avevo presenziato alla partita Pescara-Inter, ero indeciso. Ci fu la fatidica gita scolastica, ovviamente di un giorno, andammo a visitare il castello di Gradara, e lì nel classico negozio si souvenir la ebbi la visione, come San Paolo cadde da cavallo, io fissai quella sciarpa con una stella al centro delle coppe ai lati, bianca, con due linee nerazzurre da cornice, la scritta “Forza Inter”a monito, incerto mi avvicinai alla cesta deposta a terra vicino la cassa. Mi si avvicinò un compagno, tal Giovanni Di Carlo, milanista, io avevo in mano la sciarpa dell’Inter, “ma prendi quella del Milan!!” il mio sguardo arrancò sulla sciarpa rossonera, poi su Giovanni, di nuovo la sciarpa, poi quella dell’Inter in mano, la guardavo, avrei dovuto rimetterla nel cesto per prenderne una diversa, chinarmi, sotto consiglio, quasi un imperativo, gonfiai il petto dentro di me, “no, prenditela tu”.

Fiero la misi al polso, penzolante, la guardavo con ammirazione, non sapevo nulla di quella squadra, l’avevo vista una volta, ma niente più, in camera mia c’era un poster della Roma, retaggi del passato, uscito da Intrepido Sport, mia madre saldò il conto, uscii ed entrai nel castello con la sciarpa indosso, mai così orgoglioso, mai così fiero, mai così innamorato prima d’allora.
postato da: montelli alle ore 11:22 | Permalink | commenti (6)
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giovedì, 15 febbraio 2007
Orazio Sorbello, grande bomber di razza, siciliano di nascita ha giocato per compagini di primo livello quali l'Acireale ( di cui è stato anche allenatore), Il Campania, il Padova, l'Avellino e il Pescara. Ha concluso la sua carriera militando nel campionato maltese di serie A con l'Hamrun Spartans. Di lui si ricorda l'appellativo di mister miliardo in quanto nel 1983 all'epoca della militanza nel Campania la Lazio

fece un offerta di un miliardo di lire per aggiudicarselo.


 


 



non c'è molto d'aggiungere.....solo GALE GALE GALE GALEOOOOOOO GALEOOOOOOOOO GALEOOOOOOO OOOOOOOO OOOOOOOOOOOOO
postato da: montelli alle ore 16:15 | Permalink | commenti (10)
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martedì, 13 febbraio 2007

Dalla serie A alla serie Z tutto il calcio si è fermato, battendosi il petto e recitando il mea culpa, tutti si sono chiesti se fosse il caso di andare avanti, di continuare, molte le risposte e soprattutto le soluzioni. Siamo in Italia, il paese dei commissari tecnici, e dei politici, siamo competenti in qualunque materia, critici verso ogni istituzione, giustamente, ultimi e incredibili romantici di un calcio che sempre meno sentiamo nostro, svilito dalla pay-tv, drogato dalle farmacie e dagli intrugli che neanche Balanzone avrebbe somministrato, declassato dalla vendita di diritti, che, collettivi o no rendono abissali le differenze tra i club.

Molte le proposte per cambiare, per migliorare, per rendere avvincente questo calcio, che continuerà ad appartenerci sempre meno. Diceva De Laurentiis pochi giorni fa durante Porta a Porta che per ridare nuova linfa a questo torneo si dovrebbe dividere non più in serie A, B, C, ma fare una sorta di Conference tipo NBA, gironi del Nord, Centro e Sud, magari ulteriori suddivisioni, per poi convolare alla conquista di un  titolo sempre più ambito. Tale suddivisione porterebbe alla ribalta squadre che per problemi “che qui non vi sto a dire” non hanno la possibilità di competere per il massimo obiettivo.

Una bella finale per lo scudetto, che so Milan-Reggina…non sarebbe male, la novità…o meglio, Sampdoria-Messina, cosi le grandi a farsi i cavolacci loro in Europa mentre il resto d’Italia a spartirsi la torta avariata che nel frigorifero non ha motivo di rimanere.

Tornelli permettendo.


postato da: montelli alle ore 14:22 | Permalink | commenti (1)
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