giovedì, 28 febbraio 2008

In undici contro dieci-a-tridente dovevano massacrarci. Non ci sono riusciti: ci toccherà sentire lamentele sull'arbitro? E già, con Suazo, Crespo, Balotelli e sette spompati senza schemi contro undici in vantaggio. Confido nella dignità di chi ha buttato nel cessotre punti per evitarci polemiche. Tra l'altro: i due clamorosi falli da dietro subiti da Figo in dieci minuti, con nessuna ammonizione, sono meno cinematografici di quello di Burdisso? Direi di no.

L'eleganza di Totti sotto la curva dell'Inter: lo facesse Materazzi sotto quella della Juve leggeremmo testi biblici. Comunque, nonostante tutto, neanche il Pordenone fa queste figure a San Siro:
Totti tira con un compagno di squadra per terra, Mexes aspetta la barella per rialzarsi, un minuto intero a sostituzione, finti morti che scattano appena la palla riparte. Invece di fare scenette usino le energie per chiudere le partite già chiuse. “a Francè…sei libero, senza che chiedi al mister, vatte a magnà sta sarciccia”

rometta"saluti dalla capolista!"


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mercoledì, 27 febbraio 2008

All’inizio della sua carriera,Gazza aveva l’aspetto di un rubizzo pestifero. In seguito, per evitare che dimenticasse le sue forme originarie, i tifosi avversari lo bombardavano regolarmente di barrette di Mars(le stesse che abbondavano nella stanza di Callara nelle vacanze studio nel regno unito). Mentre il commissario tecnico della nazionale inglese Taylor si riferì in modo allusivo alle sue  “capacità di reintegrare le energie”, Dino Zoff, che lo allenò alla Lazio, si espresse in modo più dettagliato:”Gazza mangia gelati a colazione, a pranzo beve birra e, quando è infortunato, ingrassa come una balena”. Salvo poi aggiungere:”un commento sul calciatore? Ottimo, ottimo”


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domenica, 24 febbraio 2008

Ajax il nome trae origine da quello del guerriero greco Aiace, celebrato nell’Iliade di Omero. Secondo nelle armi solo ad Achille, Aiace finì per soccombere nel duello di eloquenza intrecciato con Ulisse per raccogliere l’eredità dello stesso Achille. La sconfitta gli fu fatale: di li a poco si uccise gettandosi sulla propria spada. L’Ajax era la squadra del ghetto ebraico di Amsterdam e, al tempo della seconda guerra mondiale, tutti  i suoi giocatori furono deportati ad Auschwitz.

Atalanta i 5 giovani fondatori del club bergamasco (1907) appassionati di studi classici, decisero di ricorrere alla mitologia. La scelta ricadde su Atalanta, la bellissima e velocissima ninfa greca allevata da un’orsa, che divenne esperta cacciatrice e imbattibile nella corsa, tanto da diventare il simbolo della velocità. Il nome volle essere d’auspicio per successi rapidi e gloriosi.

Bayer Leverkusen trattasi ovviamente della multinazionale chimico-fermaceutica Bayer, la squadra nacque nel 1904 come dopolavoro dei dipendenti dell’azienda di Leverkusen

Borussia Dortmund nel 1909 un gruppo di cattolici della parrocchia Trinità di Dortmund fondò un club calcistico. Obiettivo: ribellarsi al cappellano da sempre contrario a questa disciplina. Borussia era il nome di una fabbrica di birra con annessa birreria dove gli “atleti” si rifocillavano a fine allenamento e partita…da qui il colore giallo della casacca.

Botafogo il club brasiliano è originario dell’omonima località nei pressi di Rio chiamata cosi in onore dell’ammiraglio portoghese Joao Pereira de Souza Botafogo, il primo europeo ad insediarsi nell’area già nel XVI secolo. Il nome vuol dire anche “buttafuoco”: cosi era soprannominata la galea dell’ammiraglio per il suo eccezionale armamento.

Sampdoria è il risultato dell’uniione di due squadre genovesi la Sampierdarenese e l’Andrea Doria(1946)

Internazionale Milano fondato il 9 marzo del 1908 a Milano da un gruppo di dissidenti dell’allora Milan Cricket e Football Club. Il nome, come tutti sanno, deriva dalla volontà dei soci di accettare giocatori non solo italiani, come era costume per il Milan, ma anche stranieri.
“ecco dove si può arrivare partendo da umili origini” Peppino Prisco


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venerdì, 22 febbraio 2008
Moratti: niente proclami. Giusto, niente proclami, ma gli romperemo il culo e basta.
In questo clima di ottimismo generale, che a me preoccupa sempre, nasce nella grande mela l'Inter - Club "MORATTI USA".
Direttamente dal sito ufficiale Nerazzurro, la lista degli ospiti presenti...da leggere con attenzione:

"Alla manifestazione di sabato era ovviamente presente al gran completo il consiglio direttivo del club che risulta così composto: Stefano Turriciano, presidente; Domenico Catalano e Tony Chiarenza, vicepresidenti; Vincenzo Mannino, segretario; Angelo Messina, tesoriere; Jack Borruso, web-master; e dai consiglieri: Joe Borruso, Ignazio Basone, Vito Catalano, , Joe Costa, Carmelo Di Lorenzo, Joe Ferrantelli, Dominick Giampapa, Joe Maccariello, Emilio Maimone, Salvatore Messina, Fred Nicotra,Vincenzo Scibelli, Filippo Scimeca, Giovanni Toscano. Ospiti della serata il viceconsole generale Giovanni Favilli, Santo Favano, direttore Eurofly, Tony Di Piazza, infaticabile collaboratore del club, la delegazione dell'Inter club 'Giacinto Facchetti' New Jersey, guidata dal presidente Aldo Tripicchio e Danny Moses, un tifoso particolare dalla Florida.
Durante la manifestazione è stato consegnato un premio a Fred Nicotra che è stato eletto sportivo dell'anno e a conclusione della serata è stato comunicato che era stato messo a punto il programma per la crociera cairibica del 16 febbraio organizzata per ritemprarsi prima del trasferimento in Italia per il Convegno mondiale degli Inter club e i festeggiamenti del centenario."


...ma come li vedete i fratelli Jack e Joe Barruso!?! e Joe Maccariello??
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mercoledì, 20 febbraio 2008

Al ritorno si partirà da un passivo di due gol, ma niente timori: negli ultimi quindici anni la storia europea dell'Inter è costellata di rimonte impossibili, per esempio quella che si consumerà il prossimo undici marzo al Meazza(robbieee a breve ti faccio sapere quale cazzo è la filiale!!). Per il match di andata con il Liverpool, Mancini si affida alla scaramanzia: come a Valencia schierò Burdisso a centrocampo per contenere nel primo tempo e mulinare palettate nella ripresa, così contro gli inglesi in prima battuta tocca a Maxwell terrorizzare la mediana avversaria. Se è vero che il numero di attaccanti non è proporzionale alla pericolosità dell'attacco, all'Anfield Road scopriamo che il numero di terzini sinistri non c'entra un cazzo con il presidio della fascia. Al 12' quello spione del guardalinee segnala all'arbitro un presunto fallo di Materazzi su Torres, che si disintegra in terra: ammonizione. Due minuti dopo, sempre su tocco di Matrix, Torres tracolla fragorosamente per la seconda volta. Il direttore di gara belga, livido di rabbia per l'occupazione romana di Tongeren nel 15 aC, espelle il centrale interista. L'Italia intera si indigna per il rosso del Marco Nazionale: la Gazzetta interrompe persino gli sms di saluto ai mutilati del Ruanda. La tattica dell'Inter, fino ad allora definibile come attendista, si fa un filo più timida: Chivu passa in mezzo, Cruz retrocede a centrocampo e le squadre di soccorso continuano a cercare Maxwell con foto e promessa di ricompensa su tutti i pali di Liverpool. I Reds tengono palla senza fare niente: Dio solo sa quanto può essere triste un porno in cui la protagonista si limita a tenere le palle senza mai un affondo. Arriva l'intervallo: Mancini muove le sue pedine e non cambia nessuno. Ibrahimovic e Stankovic sono a pezzi: in città solo Ringo Starr è contato meno di loro due. Si fa male Cordoba, che pur uscendo dal campo in barella, lo fa però in maniera molto più dignitosa degli attaccanti del Milan, e all'85' arriva la beffa: nel momento migliore dei nerazzurri, Kuyt trova la deviazione e il gol. A confermare la dimensione internazionale della squadra di Mancini, Gerrard infila il secondo cinque minuti dopo. Finisce così, con i poveri sciocchi albionici, convinti che basterà.

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martedì, 19 febbraio 2008
www.corrieredellosport.it

Giuliano Sarti, qualche giorno fa, ci ha raccontato che a Liverpool il gol che vi mise in crisi fu quello segnato su punizione, col giocatore che scatta alle spalle della barriera.

Suarez:­Uno schema mai visto prima e nemmeno dopo. Restammo di stucco.
Mazzola:­Fu l’ala destra a fregarci. Dopo quel gol, qualche squadra prova copiare quel movimento, ma senza riuscirci.

Era un’Inter imbattibile, eppure quella sera all’Anfield Road accadde qualcosa di irripetibile.
M:­Non ci aspettavamo un ambiente del genere. Avevamo sentito parlare di quello stadio, ma non potevamo immaginare un’accoglienza simile. Le tribune erano di legno, i tifosi cantavano e picchiavano i piedi. E lì sotto, nello spogliatoio, tremava tutto. Come fosse un terremoto.
S:Fu impressionante. Erano 55.000, ma sembravano il doppio. Cominciammo a perdere mentre entravamo in campo. Il Liverpool ci mise sotto in tutti i sensi. Erano aggressivi, irruenti, e pressavano come furie scatenate.
M:­Allora in Inghilterra era dura. E poi non sapevamo niente del Liverpool. L’anno prima avevamo eliminato l’Everton e quella volta, come faceva di solito, Herrera ci aveva parlato a lungo degli inglesi. Non c’erano i filmati, allora ci portò le foto dei giocatori e a ciascuno di noi consegnò quella del proprio avversario. Sapeva tutto dell’Everton. Prima della partita, mostrandomi una foto, mi disse: “Vedi questo signore? E’ quello che ti marcherà, picchia come un fabbro,violento,stato perfino in galera”. Del Liverpool, invece, non sapeva niente.

Tre a uno: il suo gol, Mazzola, aiutò la qualificazione dell’Inter.
M:­E sbagliai anche la rete del 2-2. Ma forse meglio così. In questo modo la nostra rimonta è entrata nella leggenda.

Cosa disse Herrera dopo la sconfitta?
M:­Negli spogliatoi, noi giocatori eravamo rassegnati, lui invece era furibondo. Dopo la fine della conferenza stampa, l’allenatore del Liverpool, Shankly, lo chiamò da una parte e gli disse: “ Tu hai allenato in Portogallo, mi dici qualcosa del Benfica (l’altra finalista di Coppa dei Campioni), tanto voi ormai siete fuori”. Il Mago tornò nella nostra stanza urlando di tutto: “Mi avete fatto fare una figura di m…“. Ma il tecnico del Liverpool commise un grave errore: in quella maniera ci dette una carica incredibile. Comunque, dopo la partita in Inghilterra, tutti in ritiro ­.
S:Sandro, eravamo sempre in ritiro!

Torniamo alla partita.
M:­In quello stadio ci dicevano di tutto. “Maccheroni, spaghetti, Mussolini”, ma soprattutto mandavano a ripetizione la canzone “ When the saints go marchin’in”. Mi rimase cosi impressa che il giorno della partita di San Siro, salii su nel gabbiotto dell’altoparlante e consegnai allo speaker un vecchio disco che avevo in casa di Luis Armstrong, con quella canzone. Gli dissi: “A fine partita, quando avremo vinto 3-0, metti questo”.
Lui mi guardò con un’aria come per dirmi: “Dai Mazzola, ma cosa dici? Ma quando mai vinceremo?” ­.
S:Invece quella sera a San Siro c’era un clima stupendo. I tifosi ci sono sempre stati vicini, ma mai come quella volta. Erano quasi 80.000, San Siro era un inferno proprio come lo era stato l’Anfield Road. E come noi all’andata non ci aspettavamo un Liverpool scatenato, così al ritorno loro non immaginavano cosa avremmo combinato. Eravamo caricati a mille e il Mago aveva contagiato anche tutto l’ambiente.

Primo gol di Mario Corso.
M:­Grande esecuzione: punizione a girare, la sua foglia morta.Poi quello di Peirò.
S:Chissà cosa gli saltò in mente. Stava tornando a centrocampo, fu un attimo, un lampo, un guizzo. Il portiere palleggiava e non si accorse che lui era dietro. Un balzo e fu 2-0 per noi dopo 9 minuti.
M:­Non ho mai più visto un attaccante con i riflessi di Peirò.
S:Loro protestarono, ma il gol era buono. (dal filmato della Rai si vede un giocatore del Liverpool che dà un calcetto all’arbitro spagnolo Ortiz de Mendibil, ndr).

Gli inglesi dissero e scrissero di tutto. Anche di recente il Times ha parlato di doping nella gara di ritorno col Liverpool.
M:­Non me ne è fregato mai niente.
S:A vedere la gara d’andata, anch’io avrei detto che quelli del Liverpool erano dopati. Andavano come schegge. Una cosa micidiale. La verità è­ che sono tutte storie.

Quanto guadagnava un giocatore dell’Inter a quei tempi?
M:­Io prendevo 20 milioni all’anno, forse ora sono un miliardo e mezzo di lire.

Spesso noi giornalisti ci divertiamo a confrontare formazioni di varie epoche. La vostra Inter era più forte dell’Inter di ora?
M:­Anch’io, tante volte, analizzo le squadre pensando al passato. Posso dire solo questo: la nostra Inter aveva i numeri uno di ogni ruolo, tranne che per quello del centravanti.
S:Infatti ne avevamo due. Peirò per la Coppa dei Campioni e Milani per il campionato.

Prima l’Inter aveva Angelillo…
M:­Ma non giocò bene in quei tempi, non era il miglior Angelillo.
S:E poi, se non andava via lui, non arrivavo io…

Cosa ha rappresentato Herrera per l’Inter euromondiale?
M:­E’ stato fondamentale per noi e per la categoria degli allenatori. Pù idi 40 anni fa, lui faceva almeno il 50 per cento del lavoro che i tecnici fanno ancora adesso. Solo che era esigente, soprattutto con i ritiri. Noi peravevamo la nostra contromossa.

Cioè?
M:­Avevamo un compagno di squadra, un certo Burgnich…, che per noi era il “prete”. Lui sapeva tutto di tutti e ci diceva che il Mago, ogni tanto, ci lasciava andare a letto, accendeva l’abatjour, metteva le scarpe fuori dalla porta e poi, intorno all’una di notte, si alzava e se ne andava dal ritiro. Una volta lo abbiamo anche beccato. Era un capodanno, noi in ritiro, lui andò a letto e, dopo un paio d’ore, ci alzammo e ci riunimmo tutti quanti in sala tv. La Rai era collegata da Campione d’Italia per una festa…
S:…e d’improvviso vediamo lui, con la trombetta in bocca, che ballava. Era uscito dalla finestra di Appiano Gentile per non farsi vedere.

C’è un giocatore dell’Inter di oggi che mettereste nell’Inter di ieri?
M:Ibrahimovic. E’ il centravanti che ci mancava. Sei d’accordo Luisito?
S:Sì. Ma al di là di Ibra, la differenza fra noi e l’Inter attuale è nella voglia che noi avevamo di battere chiunque. Era un gruppo straordinario. Magari possono arrivarci anche loro, ma ancora non sono al nostro livello.

Inter-Liverpool di oggi. Chi ­più forte?
M:­L’Inter, nettamente.
S:Però deve stare attenta. Se la partita si fosse giocata due mesi fa, avrebbe vinto di sicuro. Ora invece l’Inter è in calo e il Liverpool in ripresa ­.
M:­Noi abbiamo due o tre giocatori che possono risolvere da soli la partita. Loro hanno solo Torres che fra l’altro non sta tanto bene.
S:E poi Torres è ­forte solo se gli dai spazio e prende velocita. Il problema è ­che l’Inter in Coppa commette sempre lo stesso errore.

Quale?
S:Sbaglia l’approccio. Le gare di Coppa non vanno giocate in modo blando. Bisogna aggredire ed essere veloci fin dall’inizio. Poi il resto lo fa la qualità, che all’Inter non manca. Sono proprio curioso di vedere cosa farà quest’anno.
M:­In Italia puoi aspettare, puoi giocare come vuoi perchè la differenza con quasi tutte le avversarie ­è netta. In Europa questa differenza si avverte meno.

Le polemiche e le sviste arbitrali possono danneggiare l’Inter?
M:­Nelle stagioni scorse hanno danneggiato chi ha vinto? Questa è ­la risposta.
S:Il problema­ è legato alla scarsezza degli arbitri e alla loro mancanza di esperienza. Comunque credo che se ci fosse stata qualche svista di meno, sarebbe stato meglio per l’Inter.

Passa l’Inter?
M:­Per scaramanzia meglio non dire niente. S:­Quest’anno il gruppo­ è più maturo, più compatto e completo, la squadra ha più personalità. E’ più forte del Liverpool.

Cosa deve temere?
M:­Un’aggressione in Inghilterra, in senso calcistico, come accadde a noi.
S:Benitez fa un gioco rognoso, prima di tutto si preoccupa di non far esprimere gli avversari, per questo l’Inter avrà qualche difficolta ad imporre il proprio gioco.

Sarebbe cambiata la storia dell’Inter senza il Liverpool?

M:­Sì, sarebbe cambiata.

Poi si continua a parlare dell’Inter che Mazzola ha costruito, da dirigente, accanto a Massimo Moratti e della trattativa che Sandro concluse insieme a Luisito per portare Ronaldo alla Pinetina. E’ a quel punto che arriva la telefonata del presidente: ­Saluto i signori Suarez e Mazzola. Mi raccomando, parlate bene.
M:Presidente, parliamo solo delle vittorie.
S:Anche perchè noi non perdevamo mai.
Moratti saluta e anche i due fenomeni dell’Inter più grande di tutti i tempi, l’Inter della leggenda, lasciano la nostra redazione. Quello è ­stato il calcio che la gente, anche i giovani, continua ad amare.

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giovedì, 14 febbraio 2008

Perle di regime, aprile 2007: "Rinato grazie a Milan Lab". Quelli che lo avevano in cura prima erano ovviamente tutti dei pirla.

Anticipo per comodità la tesi della stampa libera: questo infortunio è
colpa del fato crudele e non certo del fatto di insistere a far giocare un obeso su un fisico super-usurato.

Agosto 2007, la Gazza si mette a 90: "MilanLab ha deciso di risolvere il problema alla radice; qualche chilo di meno, due o tre, sarà sufficiente per far tornare Ronaldo agli splendori di un tempo".

Che geniacci quelli di Milan Lab, così simpatici. Comunque era un problema di depressione. La tesi di regime è che aveva paura di giocare perché era pazzo.

Guardiamo un aspetto positivo: probabilmente ha almeno risolto il problema alla tiroide che nessuno era stato capace di diagnosticare prima di Milan Lab.

E comunque quello non è rigore, quindi per la classifica alla moviola il Milan non prende punti.
E ora, sotto con la nuova classifica alla moviola che vede scivolare i nerazzurri dietro il lecce di Zeman...

 Ci vogliono cinque rigori per farci vincere il Viareggio: l'arbitro era un suddito psicologico.

 

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mercoledì, 13 febbraio 2008


diavolo di un cavaliare!!
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lunedì, 11 febbraio 2008
anche se la domenica sera...


Gli errori arbitrali ormai sono fisiologici e se ne avvantaggiano le solite, alla faccia di chi dice che la “sudditanza psicologica” (da non confondere con quello che avveniva in Calciopoli) non esiste più.
Inter e Milan, più della Juve sono state favorite da errori arbitrali: forse avrebbero vinto, ma il gol in fuorigioco di Cambiasso e la rete annullata a Locatelli hanno indubbiamente avvantaggiato le due milanesi.
Forse avrebbero vinto egualmente, forse…
Non è in forse, invece, ormai l’atteggiamento di alcuni media, nei confronti degli arbitraggi che riguardano le due milanesi.
Esempio la Gazzetta dello Sport che ormai sembra partita per la tangente in un atteggiamento che in un Paese normale non dovrebbe essere la norma, ma l’eccezione.
Il fuorigioco di Cambiasso viene evidenziato in prima pagina in maniera nettissima, mentre per sapere qualcosa del gol annullato al Siena bisogna guardare un piccolissimo occhiello nella pagina del Milan.
I titoli che riguardano il gol di Cambiasso (che era da annullare, sia ben chiaro, prendono due intere pagine (oltre alla prima) e il voto del guardialinee che ha commesso l’errore è 4 (quattro).
Non ci sono titoli sul gol di Locatelli annullato (che non era da annullare, sia ben chiaro) e i voti sulla terna arbitrale sono due 6 (sei) e un 7 (sette).
E allora la domanda è semplice e l’appassionato di calcio resta incapace di dare una risposta: chi patisce di più la sudditanza psicologica, gli arbitri o certi direttori di giornali?
La sensazione è che Qualcuno abbia fiutato il “cambiamento assoluto” che potrebbe ribaltare il Potere all’interno del Palazzo e agisca di conseguenza.
Ma il turno di campionato doveva servire soprattutto alle squadre impegnate in Champions per capire a che punto sono a soli dieci giorni dagli ottavi di finale: il test è stato negativo per tutte e tre e la sensazione netta è che Milan, Inter e Roma saranno costrette a rivedere molte cose.
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giovedì, 07 febbraio 2008

Il gioco deve andare avanti. Qualunque cosa succeda. E’ in base a questa logica che ci troviamo sommersi da misteri, da dubbi, da sospetti. E’ per questo che un mondo nato attorno ad un gioco, quello del calcio, è diventato uno dei più brutti, pericolosi e incivili. Troppi interessi sono in gioco, capitali investiti, società quotate in borsa, impegni da rispettare non sempre collegati con l’allegria che il pallone dovrebbe riuscire a darci. 
“Nella storia recente del calcio italiano c’è un dramma che è rimasto senza verità. E’ la morte violenta di Donato Bergamini, centrocampista del Cosenza calcio (serie B), trovato cadavere davanti alle ruote di un camion la sera del 18 novembre 1989”. Bergamini aveva 27 anni, emiliano, giocava a Cosenza da cinque anni. La sua morte fu archiviata come suicidio dopo un’indagine più che superficiale, durante la quale il camion non fu posto sotto sequestro, non venne fatta l’autopsia al cadavere del calciatore, gli abiti che Bergamini indossava sparirono, le testimonianze ambigue o contraddittorie non vennero valutate. Tutto doveva essere dimenticato al più presto, le voci che parlavano di un giro di droga, di scommesse clandestine, di partite comprate e vendute, di criminalità organizzata, dovevano essere soffocate. Gli strani personaggi che, da anni, giravano attorno al Cosenza calcio dovevano rimanere nell’ombra, serviva a tutti, evidentemente, che non si scoprisse troppo su quello che stava accadendo. 
Carlo Petrini, calciatore di serie A negli anni ’70, con il libro “Il calciatore suicidato”, pubblicato da Kaos Edizioni, ha “tentato di chiarire alcuni dei risvolti della morte di Bergamini”. 
“Non ci sono riuscito – dichiara l’autore – ma almeno ci ho provato: mi sono studiato gli atti della magistratura, ho fatto ricerche, ho intervistato un po’ di persone”. E da queste ricerche, indagini e interviste emerge il ritratto di un ragazzo che ama il calcio, di un professionista serio e appassionato, anima della sua squadra, “troppo ingenuo e pulito perché qualcuno dei suoi compagni potesse pensare di coinvolgerlo” in un giro di partite truccate. E allora, visto che da una serie di fatti stranissimi risulta evidente che Bergamini non può essersi suicidato ma è stato, invece, ammazzato, chi e perché lo ha ucciso? 
Le interviste al padre del calciatore, Domizio, al compagno di squadra Michele Padovano e al massaggiatore del Cosenza calcio Giuseppe Maltese, non riescono a far luce sui dubbi che tutta la vicenda fa sorgere. 
“Io credo che fosse ricattato, e che sia stato ucciso per faccende di droga”, dichiara Maltese. “Negli ultimi tempi Denis (così veniva chiamato Donato Bergamini in famiglia e dagli amici, ndr) era diventato molto chiuso, non parlava con nessuno dei suoi problemi”: sono le parole di Padovano. E il padre è certo che “Denis era stato messo sulla Statale Jonica già cadavere” anche perché “i due funzionari della Questura [che] hanno fatto una specie di inchiesta segreta […] sono stati trasferiti, mandati via dalla Questura di Cosenza”. 
Un mistero che, probabilmente, non verrà mai risolto e che si aggiunge a mille altri, frutto di un sistema perverso in cui “contano soltanto lo show e i miliardi” e che Petrini, con il suo libro, tenta almeno in parte di scardinare.

Gabriella Bona
postato da: montelli alle ore 19:59 | Permalink | commenti (5)
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