mercoledì, 26 novembre 2008

Passato il momento critico, similfebbre-maldigola-raffreddore-rincoglionimento, quindi resto solo con la tosse e il naso otturato, mi ricollego per farvi un breve sunto, ammesso che ve ne possa fregare qualcosa, di quello che è stato un fine settimana calcistico quasi perfetto...

tutto comincia sabato pomeriggio, con la sesta vittoria delle Lasagne (sette partite, sei vittorie e un pareggio, miglior attacco miglior difesa, miglior campo d'allenamento, miglior giro di birre, miglior sponsor, miglior divisa, miglior oste, peggior custode)

Sugli spalti del Dozza, invidiabile terreno di gioco, se non fosse che alle 17 non si vedeva un cazzo dato che l'impianto di illuminazione non c'è, lo squadrone si impone sul Due Madonne, temibile formazione che da 30 anni imperversa nei tornei UISP, squadra d'esperienza che giustamente fino a sabato scorso ha preso sberle da chiunque ma proprio contro di noi schiera 6 nuovi acquisti di categoria...poco male, tre pere e a casa...

In costante collegamento telefonico con Mister Gunny, Montelli sfoggia una calma serafica sugli spalti, e, solo dopo aver ripetutamente apostrofato nei peggiori modi il nuovo acquisto Cambriani per aver sbagliato il gol del raddoppio in maniera vergognosa, si accorge della presenza del genitore sugli spalti...

terminata la partita ci si accomoda al baretto del centro sportivo, chi per brindare alla vittoria, NOI, chi per consumare una birra amara, LORO...

sono solo le 17.40 e l'ansia del derby d'Italia comincia a farsi sentire...

Alle 18.30 rientro prontamente a casa per munirmi di sciarPETTA comprata a milano, fiiiiiiiga...questa volta la partita non la vedrò a casa, ma da Sante, il quale sotto velata minaccia mi ha obbligato:”Giovanni se sabato non vieni a vedere la partita qui, faccio un paio di telefonate...”

Raggiungo la dimora del gobbo The Chellis, e ci lanciamo alla volta del Mutenye in attesa del resto della squadra...

Percorro via del Pratello ripassando le facce di quelli che sarebbero venuti a vedere la partita con noi...claudio, GOBBO; mario, GOBBO; dario, GOBBO; fulvio, GOBBO, franco, GOBBO; pietro, GOBBO; Spadino, GOBBO; Jacopo, simpatizzante GOBBO...mmmm...Giangio, Bolognese, Matteo, Bolognese...sul posto mi aspetta Sante, GOBBO...bene...realizzo di avere una squadra di gobbi...e gli unici nerazzurri che potrebbero darmi sostegno sono altrove...perfetto...elaboro l'onorevole fuga in caso di disfatta...sperando che ci sia qualche nerazzurro in sala...

ore 19.20 entriamo spavaldi dallo sponsor, fieri per la vittoria Lasagnara, concentrati sul big match serale...

Sante non è ancora arrivato, ci attende il salomonico Cosimo che prepara la prime due Augustiner medie...si comincia...

ore 20.15 arriva Sante, sguardo di sfida...la seconda sala del Mutenye e totalmente bianconera...annamobene

ore 20.30 partiti

Mentre il 90% delle Lasagne guadagnano il tavolo io rimango sul trespolo con Pietro e Franco rispettivamente alla mia destra e sinistra...sgabello poggiabirre e primi ululati bianconeri che denotano il trend che dovrò sopportare per tutti e novanta i minuti...

cerco timidamente sguardi solidali...ma nulla, la folla è vergognosamente di parte, non della mia parte...verso il 20° il pubblico rumoreggia e Sante “intima” di star buoni “altrimenti Giovanni non viene più a vedere la partita” il tutto sghignazzando...la mia calma certosina inizia a venir meno...amabili sfanculamenti con i presenti prendono il sopravvento...fino al momento fatidico...ibra calcia a rete ma ne esce un simpatico assist per Muntari che nello stupore generale, anche del sottoscritto, insacca la rete del vantaggio. Mutismo, silenzio assordante, guardo Pietro, guardo Franco, guardo Sante:”ma è gol veramente!?!?!?!?!?” mi alzo in piedi sullo sgabello portando le mani alle orecchie un po' come ha fatto quel sacco di merda di Ronaldo nel derby, che poi ha perso, e via...nessuno sguardo gobbo incrocia i miei occhi...giusto qualche timida recriminazione...e da li le solite frasi, gol a culo, senza gioco, c'era un rigore grosso come una casa, Mourinho non capisce un cazzo ecc...

ore 22.20 triplice fischio di Rizzoli...e dei gobbi nemmeno l'ombra...


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domenica, 23 novembre 2008
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mercoledì, 19 novembre 2008
Estate 1984. Un Brasiliano introverso e dall’ aria intellettuale sbarca a Firenze. E’ Sampaio De Souza Vieira De Oliveira Socrates Brasileiro, meglio conosciuto come Socrates. A puntare su di lui è la Fiorentina convinta, dopo anni di anonimato, che con l’ arrivo del regista brasiliano possa ritornare finalmente protagonista nel campionato italiano, con i tifosi Viola, entusiasti, già a sognare una stagione di successi, addirittura la conquista dello scudetto. Resta da stabilire se Socrates è ancora il campione ammirato al Mundial di Spagna 82 o se l’ operazione è stata allestita contando su un nome di grande richiamo. Intanto Italo Allodi, direttore generale della Fiorentina, saputo dell’ arrivo del centrocampista brasiliano e della cessione al Napoli di Daniel Bertoni, idolo della curva Fiesole, pur di fargli spazio, rassegna subito le dimissioni dichiarando: “Non posso utilizzare affianco a Pecci, che è sempre a dieta per mantenere il peso forma, un giocatore che fuma due pacchetti di sigarette al giorno e gira sempre con una lattina di birra in mano”. Parole forti ma che rappresentano la realtà. Socrates infatti, oltre che per la sua fama di calciatore, è conosciuto per la sua fama di scansafatiche; non ha nessuna voglia di lavorare dietro il pallone, non sopporta allenamenti e ritiri: “Bacco, tabacco e Venere” e le sue discussioni politiche sono i suoi passatempi preferiti.

Un giocatore dal carattere particolare insomma, tanto che nel Corinthians, dove milita dal 1978 al 1984, fonda la “Democrazia Corinthias”, un movimento che riesce ad ottenere l’ esenzione dai ritiri per i giocatori sposati e allenamenti diversificati e piu’ leggeri con gli stessi giocatori a scegliere moduli e tattiche. Così anche a Firenze, arrivato alla corte di Picchio De Sisti, il “Dottore” (soprannome legato alla sua laurea in medicina), desideroso di fondare una sorta di “Democracia Fiorentina”, comincia una personale campagna a favore degli allenamenti differenziati. Lui è un campione, deve allenarsi meno, mentre ad altri compagni meno dotati compete correre e sudare. Una filosofia degna del suo nome non c’è che dire, ma alla quale ovviamente De Sisti non dà il minimo ascolto (in questo periodo il calcio sta diventando sempre piu’ atletico e di ridurre i carichi di lavoro non se ne parla proprio). In campionato disputa 25 partite con 4 reti all’ attivo. 25 partite in cui non lascia alcun segno, racimolando appena due 7 in pagella, entrambi assegnatigli dalla “Gazzetta Dello Sport”: il primo nella gara d’ esordio, quando la Fiorentina vince a Roma contro la Lazio, il secondo alla 5 giornata in Fiorentina - Atalanta 5-0 allorché segna, con un pallonetto dal limite dell’ area, la prima rete italiana. Di lui i tifosi fiorentini non ricorderanno mai un Takle, mai uno scatto, ma solo una sequenza di tocchi e tacchi, con il colpo di tacco vera e propria sua fissazione (pare che in Brasile, durante un’ amichevole scommise di toccare la palla solamente di tacco per tutta la partita e sembra che l’ impresa gli riuscì). Un campionato anonimo dunque che vedrà Socrates, sempre piu’ intristito, passare le ultime settimane a Firenze da separato in casa; la Fiorentina, partita con grandi ambizioni, precipitare sempre piu’ in basso in classifica, chiudendo il torneo al 9 posto; e con i tifosi viola che - convinti di ammirare giocate spettacolari come quelle mostrate con la “Selecao”, della quale il brasiliano è il capitano - non vedranno mai in lui la figura del campione. Lasciata la Fiorentina “Il tacco di Dio” ritorna in Brasile. Disputa due stagioni al Flamenco e il Mondiale del 1986 in Mexico, dove il suo Brasile esce eliminato nei quarti dalla Francia ai calci di rigore (nell’ occasione Socrates fallirà una delle esecuzioni). Passa poi al Santos, dove gioca assieme all’ emergente fratello Raì, altro campione dall’ andatura lentissima, e in seguito al Botafogo.

Conclusa la carriera di calciatore, nel 1996 il “Dottore” tenta l’ avventura di allenatore in Ecuador con la “Liga Deportiva Universitaria”, ma dopo appena cinque gare è costretto a rinunciare all’ incarico sotto la forte pressione della tifoseria. Nel Marzo 2004, Socrates, dopo quasi vent’ anni, rilascia alcune dichiarazioni sulla sua “disavventura” italiana affermando: “Nel 1984-85 la Fiorentina si vendeva le partite. Inoltre molti giocatori mi odiavano per una faccenda di corna. Eraldo Pecci non mi ha mai passato un pallone in tutta la stagione”. Abbandonato definitivamente il mondo del calcio, oggi il Brasiliano esercita la professione di medico oltre a fare l’ opinionista per la rivista “Carta Capital” di San Paolo.


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lunedì, 17 novembre 2008
Il Catania batte il Torino, Mascara segna su una punizione "porno" come molti giornalisti scrivono, per via del gesto tecnico di Plasmati che si cala i pantaloncini e l'uomo ragno manda a quel paese il simpaticissimo Varriale...ma il tecnico rossoazzurro potrebbe ampliare il suo book di schemi magari inserendo questo...


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lunedì, 10 novembre 2008
Roberto Boninsegna ha sempre avuto l’Inter nel sangue. Due soli colori, nero e azzurro, per quest’impavido fromboliere d’area di rigore, capace di darle e di prenderle nella congenita fedeltà a un unico totem: il gol! Nato a Mantova il 13 novembre 1943, dodici mesi prima dello storico “gemello” Gigi Riva, il futuro “Bonimba” ha avuto nella “Beneamata” la nutrice e la matrigna, la culla e il collegio, l’habitat naturale insomma laddove attingere e sfogare un rapporto di amore-odio, riservato solo ai tipi “tosti” come lui. Il suo arrivo a Milano coincide, infatti, con l’esplosione della Grande Inter di Moratti padre ed Helenio Herrera. Squadra fortissima, con un unico tallone d’Achille: il centravanti. Niente spazio, però, per un simile puledro di razza, posposto a surrogati di bomber quali Jaoquim Peirò, “Domingo” Domenghini e l’onesto Cappellini. Per lui, invece, l’iniquo peregrinare a debita distanza, in provincia, erta infinita che spesso tocca a chi sa che solo così può ascendere in paradiso. Dapprima Prato, in Serie B, quindi sempre più giù, a Potenza, ancora tra i cadetti, prima di Varese, alba della “A”, “primula rossa” capace di svezzare talenti (Boninsegna, Anastasi e Bettega) come di gestire il meritato canto del cigno di primattori assoluti (Picchi e Trapattoni). Da Varese, “Bonimba” plana l’anno dopo in Sardegna: è il 1966 e a Cagliari c’è già “Giggirriva” da Leggiuno che sta cullando l’isola tra le braccia di un sogno tricolore. Boninsegna infatti non partecipa alla festa Scudetto del 1970, rientrato in anticipo alla base nerazzurra per palesi dissidi con l’eroe locale, divorzio che non sembra precludergli la trasvolata messicana, ai “Mondiali”, punta di diamante azzurra con lo stesso Riva, prima dello show finale del grande Brasile di Pelè.

Tornato a casa con le stimmate di “vicecampione”, “Bonimba” tenta, con gli altri compagni di cordata nerazzurra (Mazzola, Vieri, Bertini, Burgnich e Facchetti), il salto di qualità. Eccolo ora quel balzo in avanti, che dal secondo posto dell’anno prima lo proietta, nel maggio 1971, a rompere finalmente il ghiaccio con lo Scudetto. Un trionfo, dopo la partenza ad handicap coincisa con l’esonero dell’allenatore, pendant col titolo di capocannoniere: ventiquattro reti, a un tiro di schioppo (ventisette, nel lontano 1935) dalla leadership assoluta di Enrique Guaita, nei campionati a sedici squadre. L’anno dopo è finale di Coppa Campioni, persa purtroppo malamente a Rotterdam contro l’Ajax di Johan Cruijff (doppietta). Poi il countdown con la “Beneamata”: fuori dal giro-Scudetto per altre quattro stagioni, con appannaggio il bis sul trono del gol (22 reti, nel ’72) e il fallito tris due anni dopo, bruciato sul filo di lana (23 a 24 centri) dal bomber della Lazio neotricolore, Giorgione Chinaglia. Il campionato 1975-’76 ha parvenza, per lui, di capolinea: a trentadue anni la porta sembra rimpicciolirsi, distando anni luce dalle sue mirabolanti mire d’implacabile goleador. Tant’è che un critico esigente ed acuto come Gianni Brera, individuando più di un acciacco correlato all’età, arriverà a coniargli l’epiteto, cattivo ma parimenti eloquente, di “tigre di marmo”. Costretto, dunque, all’unanimità “meneghina” a fare ancora le valigie, la chiamata che gli arriva ha però del clamoroso: la Juventus! Sì proprio la squadra di Boniperti, battuta l’anno prima nella corsa-Scudetto dai cugini del Toro, dopo aver dilapidato, nel girone di ritorno, ben cinque punti di vantaggio in classifica. Responsabili principi di un tricolore gettato al vento: “Nuccio” Parola, l’allenatore col brevetto (da calciatore) della rovesciata e Pietro Anastasi, il centravanti ribelle, idolo della curva “Filadelfia”. Parola smette di allenare la Juventus: al suo posto, in panchina, si accomoda Giovanni Trapattoni, troppo in fretta sbolognato come tecnico dal suo “vecchio” Milan.

Anche Anastasi subisce l’ostracismo: offerto all’Inter per Boninsegna e seicento milioni di vecchie lire, si rivelerà un clamoroso bluff. Al contrario di “Bonimba”, che a Torino si rigenera, nel contesto di un undici a sua immagine e somiglianza: Zoff in porta, Scirea “libero”, Cuccureddu e Morini a ringhiare sulle punte avversarie, Gentile fluidificante mancino (anche se destro naturale), Furino, Tardelli e Benetti “Maginot” di centrocampo, Causio genio di fascia destra e dulcis in fundo la coppia delle meraviglie, lui e Bettega. Il torneo, che prende il via il 3 ottobre 1976, vedrà a fine stagione la Juventus nuovamente Campione d’Italia, prima con cinquantun punti (su sessanta, record dei record!), una lunghezza in più del Toro, “condannato” alla piazza d’onore con “più cinque” in media inglese e tre punti su quattro arraffati nei derby! Epicentro della prima annata bianconera del redivivo “Bonimba” è, manco a dirlo, la sfida contro l’Inter. In programma a Torino domenica 16 gennaio 1977, a Torino, coi nerazzurri già in ritardo di cinque punti dai bianconeri, primi e in formazione tipo. Partita a senso unico, già preconizzata dallo score in classifica… Ventunesimo minuto: Gentile, lanciato da Tardelli, elude la chiusura in tackle di Oriali e crossa dalla sinistra. Boninsegna,appostato sul secondo palo, anticipa Canuti e Guida e di testa fulmina Bordon. Uno a zero. Sessantaduesimo minuto: Cuccureddu, smarcato sull’out destro da Causio, taglia l’area con un fendente rasoterra appena sfiorato da Bettega, non da “Bonimba”, lesto a siglare il raddoppio di piatto sinistro. “Credo che oggi la differenza tra le due squadre l’abbiano fatta i centravanti…”, la chiosa dulcis in fundo dell’Avvocato Agnelli. Difatti alla grinta “vendicativa” di “Bonimba” non ha fatto da contraltare neanche un guizzo fulmineo di Anastasi, ormai “a latere” anche nel tifo della curva “Filadelfia”, inebriata dal nuovo idolo giunto da Milano.

Boninsegna, tre anni di Juventus prima del pensionamento, tra i cadetti, a Verona e di una mesta (e inspiegabile) caduta libera negli inferi del dilettantismo, firmerà in bianconero alcune imprese leggendarie: due Scudetti (con dieci reti marcate, per ogni campionato vinto), una Coppa Italia e una Coppa UEFA, oltre a una semifinale di Coppa Campioni. Molto più di quanto non dica il suo bottino in maglia nerazzurra. Ma ancor oggi se gli chiedete per chi, tra Juventus e Inter, tiene di più, vi risponderà che si è trovato bene a Torino, ma questo non è bastato a fargli cambiare idea. Eterno “bauscia”, come si conviene a chi è nato con quei colori “dentro”…

Tabellino.

Torino “Comunale”, 16 gennaio 1977 (h. 14:30)

Juventus-Inter 2-0 (1-0) [Boninsegna al 21’ e al 62’]

Juventus: Zoff; Cuccureddu, Gentile; Furino (cap.), Morini, Scirea; Causio, Tardelli (Gori dall’80’), Boninsegna, Benetti, Bettega. Allenatore: Giovanni Trapattoni.

Inter: Bordon; Canuti, Fedele; Oriali, Guida, Facchetti; Anastasi, Merlo, Mazzola (cap.) (Bertini dal 67’), Marini, Muraro. Allenatore: Giuseppe Chiappella.

Arbitro: Alberto Michelotti (Parma)

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venerdì, 07 novembre 2008

Depositata la sentenza con la quale il dott. Renato Marzano della I sezione del Giudice di Pace di Napoli condanna l'Internazionale F.C. Milano Spa di Massimo Moratti a pagare i danni esistenziali ad un tifoso del Napoli dopo la gara del Campionato Italiano di Calcio di serie A della stagione 2007/2008 Inter F.C. vs. SSC Napoli. La sanzione comminata alla società di calcio milanese, campione d'Italia in carica, riconosciuta colpevole in virtù della responsabilità oggettiva quale ospitante allo stadio di S. Siro dell'incontro di calcio Inter-Napoli del 6 ottobre 2007, è di 1.500 euro, oltre spese legali, liquidata a titolo di risarcimento del danno esistenziale subito dal tifoso partenopeo G.D.B., difeso dall'avvocato Raffaele Di Monda, tra l'altro Presidente dell'associazione Ego di Napoli.
Il Giudice si è espresso in favore del tifoso partenopeo, che lasciava lo stadio indignato e profondamente colpito da striscioni denigratori, esposti nel secondo anello della curva nord, occupata dagli ultrà interisti, nei confronti dei napoletani. Le scritte riportate sugli striscioni recitavano espressioni come "Napoli fogna d'Italia"; "Ciao Colerosi"; "Partenopei tubercolosi"; "Infami", cui si aggiungevano canti e cori razzisti e offensivi.
L'avvocato Raffaele Di Monda, patrocinando il signor G.D.B., ha garantito i diritti civili del proprio assistito, aprendo un precedente importante: tutti, in futuro, potranno difendersi da attacchi lesivi, indipendentemente dalla provenienza territoriale, colore di pelle o fede.
L'azione legale, vinta in primo grado, nonostante l'opposizione dei legali dell'Internazionale F.C. Milano spa, che ne chiedevano la cancellazione per errata competenza territoriale, si inserisce nel progetto P.I.N. (Programma Innovazione Napoli), promosso dall'associazione Ego di Napoli, voluto per la difesa del territorio partenopeo, della sua immagine e degli abitanti.
"Con questa azione legale – ha dichiarato l'avvocato Di Monda – non solo abbiamo tutelato l'interesse ed i principi di alcuni cittadini napoletani, ma anche confermato le linee guida sulle quali si muove l'associazione Ego di Napoli da me presieduta, attraverso il progetto PIN, che indica la strada per migliorare la qualità della vita dei napoletani. I miei complimenti vanno anche al collega Angelo Pisani, che come me difende i diritti dei cittadini".

Finalmente giustizia è fatta. Zlatan sei uno zingaro e Materazzi è un figlio di ...

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giovedì, 06 novembre 2008

Nell'autunno del 1998 la Juve era prima in classifica e ad Udine si infortunò gravemente De Piero che non giocò più in quel campionato. Il fotogramma dell'infortunio era appeso nella “zona giorno” di podgora 35, accanto alla pubblicità Cepu (sempre con Del Piero), con aggiunto a penna dalla Signora “100 pugnalate” in memoria del gol fallito nella finale degli Europei.

Alla fine della stagione la Juve arrivò sesta e per sottolineare quanto siano più importanti i giocatori degli allenatori penso tuttora che se al posto di Del Piero si fosse infortunato Lippi (che era l'allenatore) sicuramente la Juventus sarebbe arrivata come minimo quinta...si lo so Lippi non deve giocare...si fosse infortunato come a dire fosse caduto in un sonno momentaneo di 2 anni.

Sono passati dieci anni e De Piero, con il numero dieci ha meritato dieci come voto facendosi applaudire da TUTTO il Bernabeu in piedi.

La Juve è tornata all'onore del calcio che conta grazie al suo capitano che sta giocando a quasi trentaquattro anni (li compirà domenica) come e meglio di dieci anni fa prima dell'incidente.

Come scriveva Marcello Donatelli: Quando Del Piero uscendo riceve la standing ovation di tutto il Bernabeu, puoi anche non tifare Juve...ma non puoi non esserne orgoglioso!



postato da: montelli alle ore 09:15 | Permalink | commenti (7)
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